Alcune settimane fa Matt ha avuto la fortuna di rivedere e fotografare una parte della collezione  primavera estate 2001 di Gianfranco Ferrè nella magica cornice della Fondazione Ferrè e ci siamo subito sentiti affascinati da uno dei look più spiccatamente tribali.

Abbiamo riflettuto sull’importanza della maschere africane nella cultura occidentale e nell’arte del ‘900 .

E ci siamo ritrovati stregati dalla magia dei tattoo dipinti sui corpi delle modelle, che ci hanno ricordato la collezione di Céline della p/e 2014 e le stoffe coloratissime dei vestiti di Stella Jean.

Così in noi si è rafforzata la convinzione che questo look sarebbe perfetto per un matrimonio non convenzionale e d’ispirazione etnica.

Ma andiamo con ordine.

Ferrè p/e 2001

La sfilata p/e 2001 di Ferrè venne aperta da una splendida Naomi in trench bianco che fu la star indiscussa di quella passerella.

Voluminose collane coprivano il petto lasciato nudo e diventavano esse stesse un capo d’abbigliamento. I vestiti giocavano coi volumi e le forme e potevano essere indossati in modi diversi. Andava in scena un racconto dell’africa attraverso i suoi colori e le sue tradizioni: abiti di paglia intrecciata, coralli rossi che spiccavano fra i neri e i bianchi e tuniche ammalianti realizzati con un’artigianalità impeccabile.

L’ispirazione di Ferrè veniva infatti dall’africa tribale, ma lui aveva scelto di nobilitarne le stoffe e i materiali, passando da “stracci” -come li definì lui stesso- a sete, shantung ed organza.

Il body painting

E’ lo stesso architetto a lasciarci scritto fra le sue riflessioni: “ I disegni hanno la forza di tatuaggi che sottolineano la figura, sono segnali di seduzione che si mischiano al body painting. ”

E le linee bianche e nere che disegnano le gambe delle modelle di colore sono indubbiamente ricchi di fascino e sensualità. Non è difficile immaginare una sposa e le sue amiche che si preparano, dipingendosi i corpi a vicenda, seguendo gesti antichi che si rinnovano ogni volta.

Da qui il passo è breve per divagare sul ruolo assunto dalla gestualità per gli artisti del Fluxus e il colore del matrimonio potrebbe diventare un intenso Blu Klein. Ma si potrebbe arrivare anche al simbolismo di Haring e Basquiat, che ci suggerirebbero una wedding suite a tema graffiti.

La maschere africane e l’arte del ‘900

Il viso della nostra sposa ci regala inoltre l’occasione per ripercorrere il ruolo della maschera africana, a partire dalle “world’s fair” che invadono l’Europa fra ‘800 e ‘900.

Queste esposizioni, nate per giustificare il colonialismo, favoriscono la diffusione del concetto di “primitivismo”. Sul problema ha scritto un articolo esaustivo Patricia Leighten.

Nei mercatini parigini diventano facilmente reperibili le maschere Punu, con gli occhi a chicco di caffè e le sopracciglia unite in un unico tratto. Gli studi degli artisti si riempiono di oggetti tribali.

I fauves, con Derain e Vlaminck scoprono l’arte africana nel 1905.

Matisse – secondo la Steiner- fa scoprire a Picasso le maschere africane, che lui metterà nelle Demoiselles d’Avignon.

Perché allora non sognare un ritratto dei preparativi della sposa con le pose “rubate” da Picasso ai classici dell’arte?!

 

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